Storie di Amalia – L’arte del consiglio

Ho appena terminato una telefonata con una mia cara amica e rifletto sul fatto che ha parlato solo lei per circa quaranta minuti, dispensando consigli non richiesti. A pensarci bene, più che consigli a me suonavano come regole, leggi, norme che lei ha sciorinato con perizia e certezza.

Le voglio molto bene, la conosco da anni e so che il suo affetto e il suo interesse nei miei riguardi sono sinceri; il fatto che costantemente mi impartisca istruzioni di vita non intacca il nostro rapporto, nonostante le abbia ribadito più volte che un po’ mi infastidisce.
C’è poco da fare: ci sono persone che hanno bisogno di dire agli altri “come si fa”, cosa é meglio fare e cosa assolutamente non si deve fare.
Io non rientro in questa categoria anche perché, avendo un’autostima pari circa a zero, non ho la presunzione di poter dire all’altro cosa o come deve fare. In ogni caso, a parte la mia autostima su cui sto lavorando con risultati ancora altalenanti, non amo dare consigli non richiesti.

Il suggerimento culinario, la dritta su qualche faccenda domestica, il sostegno ad una collega giovane a lavoro, il consiglio alla sorella disorientata, al marito arrabbiato, ai figli che crescono, all’amica che chiede cosa fare ci sta e fa parte della vita e delle relazioni umane. La saggezza, quella vera e pacata, la ammiro e ho stampato nel mio cuore tante frasi che custodisco con riguardo.

A mio parere proprio non ci stanno il predicozzo, la sfilza di “si fa così” e di “te lo avevo detto”, recitata ad arte dai professori di vita.
C’è chi, seppur in buona fede, adora dire agli altri cosa devono fare e gode a salire sul suo piedistallo di cartapesta per dare inizio allo show.
Io educatamente ascolto e annuisco non per falsità, ma perché lascio che il soggetto in questione possa godersi il suo momento di gloria.

Non mi infastidisce più di tanto, sto lì tranquilla e sento tutto, ma in realtà so già che farò di testa mia e non perché io sia una tosta e decisa, tutt’altro!
Semplicemente la penso come Ligabue (il cantante) e so che “a sbagliare sono bravissima da me”, ovvero preferisco sbagliare ascoltandomi.

Credo che ognuno di noi abbia una voce interna, profonda, a volte molto flebile, che gli dice cosa sia meglio fare.
Credo nella bussola personale, quella che sta infondo all’anima, che non sempre riusciamo a sentire, ma che c’è.

E allora stimo chi ci guida e ci aiuta ad ascoltare la nostra voce interiore, chi ci indirizza a saper scegliere e decidere con consapevolezza in quel preciso momento della nostra vita, chi ci spinge a sviluppare le nostre capacità decisionali.

I consigli piccoli e semplici vanno anche bene, ma solo noi conosciamo noi stessi, le nostre esperienze, le nostre emozioni, i nostri vissuti, dolori, fallimenti, successi e bisogni.
Non sempre gli amici o i parenti sono in grado di guidarci verso il reale ascolto di noi stessi; a volte occorre rivolgersi a professionisti specializzati ed è giusto affidarsi alla loro esperienza.

Io, ribadisco, non amo dare né ricevere consigli, preferisco ASCOLTARE ed ESSERE ASCOLTATA.

Ho notato che quando un’amica ha un problema, se si sente davvero ascoltata, arriva da sola a capire cosa sia meglio per lei e lo stesso vale per me.
“Cosa è meglio in assoluto” è un concetto che la mia mente non afferra; “cosa è meglio per ognuno di noi” ha più senso a mio parere.

Quando ho bisogno di capire cosa sia meglio per me, se qualcuno è disposto ad ascoltarmi ne approfitto volentieri e parlando mi chiarisco le idee; poi discuto con me stessa (e mi sforzo di farlo solo mentalmente perché di istinto mi impegnerei in un monologo a voce alta,
cosa che, in tutta confidenza, in macchina faccio spesso).

Alla fine del processo decido valutando l’impatto che quella scelta avrá sulla mia vita quotidiana ed emotiva.
A volte ho fatto centro, altre volte ho sbagliato poco o tanto, ma una cosa è certa: ho scelto io. Tendo a diffidare di chi ha sempre la verità in tasca, di chi è assolutamente certo di tutto, di chi non si mette mai in discussione e soprattutto di chi è convinto di sapere cosa debbano
fare gli altri.

Provo empatia e simpatia per chi non ha certezze troppo certe, per chi si pone domande, per chi sostiene gli altri con discrezione ed entra in punta di piedi nella loro vita per dare conforto. Un tempo ammiravo i sicuri, gli arroganti (che forse non sanno di esserlo), insomma “quelli con le palle”, che sbandierano successi e certezze ai quattro venti. Mi sentivo minuscola al loro cospetto ed avrei voluto somigliargli almeno un po’.

Oggi posso essere contenta per queste persone, ma so di appartenere al gruppo di chi ci prova, di chi sbaglia e lo riconosce, di chi vuole crescere e migliorare, di chi è consapevole delle proprie difficoltà e non ha paura ad ammetterlo. Non disdegno a priori i consigli, ma fa la differenza il modo in cui mi vengono offerti: prendo in considerazione quelli proposti con gentilezza, con garbo, con reale interesse e tendo ad
ignorare le affermazioni saccenti.

Le pagine del mio libro della vita sono piene di frasi ben scritte, che ho sottolineato con l’evidenziatore per non dimenticarle, ma sono caratterizzate anche da tante cancellature e correzioni, da spazi vuoti, asterischi, freccette e spesso compare qualche strappo o una sbianchettatura.
Ovviamente non critico i libri ordinati e perfetti, ma so che il mio è diverso e non mi piacerebbe che un altro autore ci ficcasse la sua penna, soprattutto senza permesso o con una certa prepotenza.

Preferisco continuare a scriverlo io il mio libro, come meglio posso ,affrontando le difficoltà che mi si presentano, imparando dai miei errori; non rifiuterò l’aiuto sincero di chi vorrà sostenermi nella scrittura, ma faró il possibile per evitare che qualcun altro si arroghi il diritto di scriverlo al posto mio.

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