Storie di Amalia – Mascherine

Qualche settimana fa spiegavo ad una collega che ho scoperto l’unico vantaggio offertomi dal dover indossare le mascherine chirurgiche: posso liberamente parlare da sola, anche per strada.

In realtà io parlo spessissimo con me stessa e lo faccio per incoraggiarmi, per consolarmi, per rimproverarmi, per ricordarmi le cose da fare, per riordinare un po’ i pensieri.

A casa ormai si sono abituati tutti e commentano solo alzando gli occhi al cielo.
Non ho intenzione di smettere, mi piace parlarmi e continueró a farlo!

In macchina mi sfogo alla grande ma per strada o nei negozi evito di farlo per ovvi motivi. La mascherina, peró, ha allentato il mio autocontrollo e lì dietro mi faccio dei bei discorsi o canto con impegno.
Al supermercato riesco a dare il meglio di me e chiacchiero, commento, rifletto, elenco, esclamo, ma non sempre a voce bassa.
Ieri ero nel reparto dei dolciumi; passando in rassegna biscotti, merendine, cioccolato e caramelle, ho notato una signora bella, ben vestita, con trucco e acconciatura perfetti, che mi guardava con insistenza.

Mi sforzavo di ignorarla ma, dal basso della mia tuta da ginnastica, del mio giaccone verde militare, del mio trucco inesistente e dei miei capelli imperfetti, avrei voluto dirle “Che hai da guardare? Che vuoi?”
Quando l’ho vista sorridere con gli occhi (indossava anche lei la mascherina) non ho resistito e le ho chiesto se le servisse aiuto.
“Mi scusi”, mi ha risposto, “ma non ho potuto fare a meno di sentirla e ho provato un gran sollievo perché da anni parlo a me stessa e da quando siamo costretti a portare le mascherine lo faccio anche in pubblico senza rendermene conto. Pensavo di essere la sola vittima di questo fenomeno e mi consola constatare che non è cosï”.

A questo punto mi si è aperto il cuore: abbiamo commentato e riso del nostro “vizietto” ed io ho scoperto che lei, perfetta e bella come una diva, ha qualcosa in comune con me.

Lasciare la spesa alla cassa, dimenticare il bancomat ovunque, prendere il carrello di altre persone, smarrire costantemente il telefono e le chiavi non sono solo mie specialità. Ho perso la presunta esclusiva, ma ho scoperto una signora simpatica, che mi somiglia (purtroppo per me non esteticamente) e che a prima vista mi era parsa decisamente il mio opposto, ispirandomi distanza e diffidenza.

Stamattina riflettevo su quante volte mi sono sentita sola nel mio caos, su quanto io ammiri l’efficienza altrui e faccia salti mortali per orientarmi al meglio nella vita quotidiana. Spesso pensiamo di essere più strani, più diversi, più stanchi, più soli, più incapaci degli altri e tendiamo a chiuderci nel nostro guscio con diffidenza e timore del giudizio.

La bella signora del supermercato mi ha ricordato che le apparenze possono davvero ingannare: chi ci sembra lontanissimo da noi non sempre lo è e forse ognuno è “strano” o particolare a modo suo.

Il viaggio nella vita spesso è difficile ma diffidare a priori di chi si incontra durante il tragitto lo rende più complesso.
Chiudersi in se stessi e nel proprio silenzio ingigantisce problemi, paure, tristezze e difficoltà.
A volte parlarne aiuta a liberarsene un po’, o almeno per un po’; e soprattutto può offrirci una nuova prospettiva da cui guardare noi stessi e le situazioni. Sapere che c’è chi si sente come noi ci aiuta a sentirci meno soli e forse meno “difettosi o sbagliati”.

Certo, da oggi in poi non chiacchiererò da sola nei negozi senza freni inibitori, nè annuncerò al mondo che lo faccio e tantomeno chiederò in giro se c’è chi, come me, sente il bisogno di parlarsi. So, però, che le mie “stranezze” appartengono anche ad altri (persino a chi ai miei occhi è perfetto e “insospettabile”) e sono certa che ognuno abbia le proprie, più o meno grandi, più o meno faticose, più o meno dolorose.

Al di là del parlare da soli, che di per sè può essere una cosa futile, ognuno di noi fa i conti ogni giorno con se stesso e con la vita e a volte i conti non tornano. Credo che poter dire a qualcuno che la matematica della vita non sempre la capiamo e che le operazioni non riusciamo a farle sia un gran sollievo. E se quel qualcuno ci confida che è una mezza schiappa in matematica, esattamente come noi, in due ci sentiremo meno soli, meno
incapaci. Forse insieme riusciremo a trovare il risultato giusto o forse no, ma parlare delle nostre incapacità matematiche, magari con un sorriso o con una pacca sulla spalla, può alleggerirci il peso.

Condividere con chi ci può davvero capire, con chi è un po’ come noi è un gran sollievo e sapere che non siamo i soli a provare certe emozioni, a comportarci in un certo modo, ad avere certi pensieri può essere una boccata di aria fresca per tutti noi meno abili a fare i conti.

Per quanto mi riguarda sono sempre stata negata per la matematica, sia per quella vera che per quella “della vita”, ma con gli anni ho imparato a comunicare le mie difficoltà e (restando nella metafora) qualcuno mi ha consigliato di usare la calcolatrice, qualcun altro mi ha ricordato che c’è Google; altri ancora mi hanno suggerito la soluzione, mi hanno fatto opiare il risultato giusto o mi hanno spiegato come ottenerlo.

Non saró mai un asso in matematica, ma sono un’alunna che si impegna e per ora, nonostante le mie difficoltà, me la cavo insieme a tanti come me.

mascherine, crescita personale, felici sotto la mascherina

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