Come l’ottimismo aiuta a superare le crisi

Negli ultimi mesi diversi economisti e sociologi hanno paragonato la portata della crisi globale che stiamo vivendo a quella che è passata alla storia come la “grande depressione”, la grave crisi economica, finanziaria e sociale che travolse il mondo nel secondo decennio del ventesimo secolo.

Al di là delle differenze strutturali tra le due crisi, evidenziate dagli esperti di economia e di finanza, esistono degli aspetti psico-sociali di quell’esperienza, così lontana da noi nel tempo, che dovrebbero farci riflettere.

Come superare le crisi: la grande depressione

All’inizio degli anni ‘80, Glen Elder, sociologa della famiglia di fama mondiale, riferì di un affascinante studio al quale aveva lavorato per molto tempo e che aveva ad oggetto il modo in cui i bambini reagirono, negli anni, all’esperienza della Grande Depressione.

La ricerca, durata quasi sessant’anni, ebbe inizio alcuni anni prima della Grande Depressione.
Un gruppo di bambini di due città della California, Berkeley e Oakland, furono intervistati e testati completamente sotto il profilo psicologico.

Tutti loro, ed anche i loro figli e nipoti, hanno collaborato a questo studio nel corso della vita.
Tra questi bambini ci fu chi superò il periodo della Grande Depressione e chi, invece, non si riprese mai.

Le ragazze della classe media, le cui famiglie avevano perso tutto il denaro, si ripresero sotto il profilo psicologico a partire dalla mezza età ed invecchiarono bene, anche fisicamente.

Viceversa, le ragazze di bassa estrazione sociale che avevano sofferto delle stesse deprivazioni durante gli anni ’30 non si ripresero mai più. In età senile si isolarono ed invecchiarono soffrendo di gravi disagi sia sul piano psicologico che fisico.

La grande depressione: le ipotesi delle diverse reazioni psicofisiche

La sociologa statunitense ha sviluppato una interessante ipotesi in merito al “perché” di queste differenze.

“Credo che le donne che invecchiarono bene siano state quelle che durante l’infanzia, nel periodo della Grande Depressione, avevano appreso che tale avversità sarebbe stata superata. Dopo tutto, la maggior parte delle loro famiglie si ristabilì economicamente tra la fine degli anni ’30 e l’inizio degli anni ’40. Quella ripresa insegnò loro l’ottimismo”.

In altre parole quella crisi e la sua risoluzione formarono il loro modo di spiegare e dare senso agli eventi negativi.

“Durante la vecchiaia, davanti alla morte dei loro migliori amici, generalmente pensavano di poter ricostruire amicizie nuove. Questa visione ottimistica le ha aiutate a stare bene in salute e ad invecchiare meglio”.

Il contrario si è verificato per le ragazze appartenenti alle famiglie di bassa estrazione sociale.
Generalmente, le loro famiglie non si ripresero dopo la Grande Depressione. Erano povere prima e lo rimasero durante e dopo la crisi.

Esse appresero il pessimismo.
Appresero che quando le difficoltà colpiscono, rimangono per sempre e ciò alimentò, in loro, un senso di impotenza che le rese passive di fronte a tutti gli eventi negativi.

“Molto più tardi, quando il loro migliore amico morì, pensarono di non poter ricostruire mai più un’altra amicizia. Questo pessimismo, appreso nell’infanzia dalla realtà della loro situazione di vita, si impose ad ogni nuova crisi ed indebolì la loro salute, il loro successo ed il loro benessere”.

Le ipotesi della Elder, confermate da studi successivi, hanno molto da dirci sulla crisi che stiamo vivendo.

Ottimismo: come affrontare la crisi

Il primo, importante, aspetto che pongono in evidenza riguarda l’impatto che le disuguaglianze sociali hanno sul modo in cui le Persone reagiscono alle crisi e sulla direzione che le vite di intere generazioni possono prendere.

Diventa fondamentale, quindi, oltre all’adozione di misure contro la povertà, destinare risorse a programmi specifici e di massa per la gestione psicologica della crisi, e, perché no, anche di educazione all’ottimismo, con particolare attenzione alle categorie più colpite.

C’è da ricordare che durante la Grande Depressione, il comportamento dei governi fu decisamente poco attento a entrambi gli aspetti: si cercò, infatti, di pareggiare i bilanci tagliando la spesa pubblica. Inoltre, all’epoca, in gran parte dei paesi del mondo, non esistevano i programmi di previdenza sociale, di assistenza sanitaria pubblica o i sussidi di disoccupazione.

La mancanza di una “rete di sicurezza”, a quel tempo, amplificò lo shock e frenò la ripresa.

Oggi pare che la tendenza generale tra i governi del mondo sia di destinare risorse alla spesa pubblica, ciò che non è chiaro è quanta parte di questa spesa pubblica riguarderà il benessere mentale delle Persone o lo sviluppo di risorse interne come resilienza e anti-fragilità, senza le quali intere classi sociali rischiano di non riprendersi mai dalla crisi.

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